Decline of Amphibians population

Il declino delle popolazioni di Anfibi. (*)

 

a cura di Vincenzo Ferri ( Progetto ROSPI-Toads Project).

 

(*) parte di questa relazione è stata presentata al Secondo Convegno "SALVAGUARDIA ANFIBI" , Morbegno (Sondrio) 15-16 Maggio 1997 (in press : Atti del Convegno, Memorie della Società Italiana di ScienzeNaturali, Milano).

 

Abstract - The study of environmental factors that can reduce the reproductive success and the chances of survival of the Amphibian populations is among the goals of the D.A.P.T.F. (Declining Amphibian Population Task Force); but the causes of the decline as well as the impact of the several anthropogenic menacing factors that have been pointed out are still little known.

The studies of the dynamics of Amphibian populations and of their fluctuations either natural or induced by human activity presuppose, in fact, long-term researches carried out with standard methodologies. These researches are also necessary to program the future preservation strategies and to understand (and if possible, reduce or eliminate) the reasons for the reduction and disappearance of the species.

 

All'inizio del 2000 le specie di Anfibi conosciute saranno 5000, con un incremento di quasi 1000 unità rispetto al precedente rendiconto del 1985. Questa crescita si deve alle moderne applicazioni della biologia molecolare in campo tassonomico, ma anche all'impennata delle scoperte seguita all'intensificarsi mondiale delle ricerche faunistiche ed ecologiche sugli Anfibi, in seguito anche al diffondersi di dati allarmanti sulla loro situazione.

Da circa 20 anni, infatti, gli Anfibi sono considerati il gruppo di Vertebrati più minacciato di estinzione (Barinaga, 1990; Beebee, 1973, 1992; Blaustein & Wake, 1990, 1995; Griffiths & Beebee, 1992; Pechmann et al., 1991; Pounds J. & Crump, 1994; Vitt et al., 1990; Wake, 1990) e su di essi si sono riversate le attenzioni del mondo conservazionistico con l'attivazione di programmi coordinati di studio e monitoraggio. Durante il Primo Congresso mondiale di Erpetologia svoltosi nel 1989 a Canterbury, in Gran Bretagna, si cominciano a diffondere i risultati di ricerche probanti il declino mondiale di rane e rospi. Una diminuzione globale (da qui l'acronimo G.A.D. cioè Global Amphibian Decline) che non interessava soltanto i territori più soggetti alle tante attività negative dell'uomo, ma anche quelli più naturali, situati addirittura in aree pochissimo o nulla antropizzate. E' il caso della scomparsa recente (dal 1989) di Bufo periglenes nella foresta di Monteverde in Costa Rica (Crump et al., 1992; Pounds & Crump, 1994); dell'estinzione dal 1979 di Taudactylus diurnus e dal 1980 di Rheobatrachus silus in Queensland, Australia (Tyler, 1991) o della fortissima contrazione numerica a partire dal 1970 nello Wyoming di Bufo hemiophrys baxteri e dal 1980 di Bufo boreas sulla Sierra Nevada in California e in altri Stati USA.

Diverse le altre specie segnalate (Stebbins & Cohen, 1997) con simili trends negativi, soprattutto Anuri e Urodeli del Nord America (Bufo canorus, B. microscaphus, Rana pipiens, R. blairi, R. pretiosa, R. cascadae, R. muscosa, R. boylii, R. aurora, Ambystoma cliforniense, A. tigrinum), ma anche specie dei generi Atelopus, Dendrobates e Cycloramphus nel Centro e Sud America e una ventina di specie in Australia.

A partire dal 1995 il G.A.D. diventa argomento di discussione anche al di fuori del mondo scientifico per le notizie di ritrovamenti in alcuni Stati USA (Minnesota, Wiscounsin, South Dakota, Vermont, California, Texas) e in Canada (Quebec) di rane con gravi malformazioni. Certo esistono citazioni in letteratura di ritovamenti di esemplari mostruosi di Anfibi già nel 1600, ma p.e. nel Minnesota, nel 1995, si sono scoperte popolazioni di Rana pipiens con quasi il 50% degli individui deformi, per mancanza o sovrannumero di zampe. Le segnalazioni di malformazioni allo stadio larvale o post-metamorfico negli Anfibi si è andata drammaticamente intensificando negli ultimi anni e in diverse località del mondo. Pur essendo state accertate cause locali, come le parassitosi (p.e. in raganelle lungo la costa del Pacifico in California a causa di infestazioni di Trematodi - "flatworm" - del genere Ribeiroia, Johnson,1999) diverse sostanze chimiche e le radiazioni UV-B (come nelle rane del Minnesota), non sono ancora noti i fattori interagenti alla base di questi fenomeni. Negli USA sono state attivate ricerche ecologiche, immunologiche e tossicologiche per conoscerne le cause scatenanti (Reaser, 1998)(per maggiori informazioni contattare il Minnesota Pollution Control Agency, MPCA, mail: greg.gross@pca.state.mn.us)

Lo studio dei fattori ambientali che possono inficiare il successo riproduttivo e la sopravvivenza delle popolazioni di Anfibi è tra le finalità costitutive (dal 1989) del D.A.P.T.F. (Declining Amphibian Population Task Force) con una rete di strutture affiliate in decine di Paesi (DAPTF@open.ac.uk).

 Le cause del G.A.D.

 Poco note in generale sono a tutt'oggi le cause di declino degli Anfibi, anche se sono già stati evidenziati i principali fattori di minaccia antropogenici:

- l’alterazione degli ambienti naturali;

- l’inquinamento;

- le precipitazioni acide;

- l’aumento dell’incidenza delle radiazioni UV-B;

- le epidemie causate da virus, funghi e batteri o di natura non determinata;

- la cattura e il commercio a scopo amatoriale, scientifico o alimentare.

- l’introduzione o la reintroduzione di predatori.

 La distruzione degli habitat sia terrestri che acquatici è al primo posto tra le cause di scomparsa degli Anfibi e di tutta la fauna e flora del mondo (Beebee, 1996). Non è il caso qui di ricordare i tanti scritti sulla irreversibile perdita di ambienti naturali e di biodiversità dovuta all'insaziabile e incontrollato sviluppo antropico soprattutto in questo secolo. In gran parte dell'Europa lo sviluppo industriale, l'agricoltura estensiva ed intensiva e la metropolizzazione hanno drasticamente ridotto i siti riproduttivi disponibili e i censimenti recenti provano un'accelerazione nella scomparsa delle medie e piccole raccolte d'acqua, di solito le più adatte agli Anfibi (Beebee, 1996; Boothby, 1999). Per quanto riguarda l'Italia sono le regioni settentrionali ad aver subito le maggiori alterazioni ambientali e la maggiore contrazione di superficie delle zone umide (Andreone & Sindaco, 1998; Barbieri, 1992; Bressi, 1998; Ferri, 1988a; Ferri & Centelleghe, 1996). Gli Anfibi hanno una bassa mobilità e sono costretti a portarsi periodicamente all'acqua per la riproduzione. Questa necessità li pone in una situazione ancora più a rischio laddove il territorio è completamente parcellizzato e barriere antropiche (abitati, vie di traffico, ecc.) dividono gli habitat terrestri residuali dai siti riproduttivi.

Le trasmigrazioni riproduttive per gli Anfibi delle zone temperate sono perciò spesso fortemente a rischio. In presenza di strade molto trafficate una popolazione può scomparire in pochi anni solo per gli eccidi causati dagli autoveicoli in transito (Scoccianti & Ferri, in press; Scoccianti et al., in press). Per ridurre questa minaccia sono stati attivati programmi di salvaguardia in quasi tutti i paesi Europei e in Italia esistono ormai decennali esperienze, seppure ancora soltanto a livello regionale (Ferri, 1993a, 1996, 1998; Giacoma & Giuliano, in press; Scoccianti, 1998; Soccini, 1999, in press).

Molte delle sostanze chimiche disperse in qualsiasi modo negli ambienti hanno mostrato la loro inferenza biologica negativa (Environment Canada, URL: http://www.cciw.ca/green-lane/herptox/pub-list.html). Tra esse alcune sono state riconosciute come direttamente implicate nel G.A.D. ed è stato verificato che a renderne più pericolosi gli effetti sarebbero fenomeni di "bio-magnification", cioè la loro persistenza e il loro accumulo progressivo negli organismi attraverso le catene trofiche naturali, come gli insetticidi organoclorati (DDT, DDE). L'agricoltura già colpevole per lo sconvolgimento degli habitat è anche implicata nella diffusione a largo raggio di questi composti chimici (Conway & Pretty, 1991; Briggs & Andersen, 1995).

Tra gli inquinanti derivati dallo sviluppo agricolo della seconda metà di questo secolo rientrano i nitrati, (p.e. NH4NO3), composti utilizzati in sempre maggiore quantità per la fertilizzazione delle vaste superfici a colture cerealicole. In forte concentrazione (>40 mg/lt) ridurrebbero (De Wijer et al., 1997) la schiusa delle uova e la sopravvivenza dei girini.

Ancora più implicati nella riduzione o scomparsa di popolazioni di Anfibi sono risultati i pesticidi (insetticidi, nematocidi e fungicidi) e le altre sostanze utilizzate nella loro preparazione e aspersione (Mann & Alexander, 1997) che agirebbero sul sistema endocrino di questi Vertebrati quali "endocrine disruptors" (EDCs), alterandone la biologia riproduttiva (oogenesi) e la differenziazione del sesso (Pickford & Morris, 1999).

Le ricerche hanno dimostrato la pericolosità degli erbicidi, la cui tossicità su larve e adulti di specie di rane in Australia è così elevata da aver spinto il Governo Australiano alla messa al bando di ben 74 prodotti, tra i quali erbicidi di diffuso consumo (Bidwell & Tyler, 1997). Elevate concentrazioni di atrazina causano una forte mortalità delle uova di Rana temporaria mentre piccole quantità possono produrre deformità nei girini (Hazelwood, 1970).

L'inquinamento atmosferico è chiamato in causa per il G.A.D. in due importanti fenomeni: le piogge acide e la riduzione dello strato di Ozono.

E' da lungo tempo (1920) che l'acidificazione delle precipitazioni atmosferiche, dovuta per lo più alla combustione di combustibili fossili, è riconosciuta tra le cause di alterazione ambientale e di impoverimento della biodiversità nei territori colpiti. Gran parte dell'Europa settentrionale è stata soggetta in grado più o meno intenso a questi fenomeni e sono frequenti piogge in Scandinavia con pH 3-4. L'acidificazione dei siti riproduttivi però non sembra avere gli stessi effetti sulle diverse specie di Anfibi e diverse popolazioni di tritoni e rane in Nord Europa sopportano apparentemente senza problemi pH compresi tra 3,9 e 4,1 (Dale et al., 1985; Dolmen, 1980; Freda & Dunson, 1986). Altre esperienze hanno invece provato alterazioni nello sviluppo larvale di Urodeli o situazioni di pericolo derivanti dalla progressiva acidificazione dei siti riproduttivi (Griffiths, 1993; Griffiths et al., 1993; Corn et al., 1992; Wissinger & Whiteman, 1992). Nelle risaie del Parco del Ticino rilievi periodici hanno provato fluttuazioni importanti del pH (oss. inedite di A.Chiminello, V.Ferri & Generani, 1987-1989) compresi tra 3,8 e 7,3 con ripercussioni notevoli sulla sopravvivenza delle larve e sul successo riproduttivo di alcune specie (Pelobates fuscus insubricus, Bufo viridis, Triturus carnifex ) rispetto ad altre (Rana kl. "esculenta" e Hyla intermedia).

Un esempio non raro di precipitazioni atmosferiche alterate per inquinamento è quello derivante dagli incendi di pozzi petroliferi. Uno di questi gravi fenomeni ha interessato un'area fortunatamente ristretta della pianura Padana occidentale, ai confini del Parco Naturale Ticino del Piemonte (Trecate, Novara).

La ricaduta di idrocarburi combusti con le piogge di quei giorni ha interessato una vasta superficie normalmente interessata da colture cerealicole e da risicoltura. Gli studi attivati hanno già evidenziato un grave impoverimento dell'entomofauna e dell'araneofauna (Groppali et al., 1997) che avrà sicuramente ricaduta sulle popolazioni di Anfibi (a soli due Km in linea d'aria è situata la località principale di Pelobates fuscus insubricus).

Controverse sono anche le risultanze degli studi sull'incidenza degli UV-B rispetto al G.A.D. Mentre sono evidenziati gli effetti negativi su alcune specie del genere Rana e su alcuni Urodeli negli Stati Uniti (Blaustein et al., 1992; Carey et al., 1997), l'aumento di esposizione alle radiazioni ultraviolette non sembra essere implicata nella diminuzione di anuri Australiani. Sono però stati segnalati notevoli disomogeneità nei metodi e nelle valutazioni dei diversi studi (Carey, 1997) anche se di recente l'UNEP (United Nations Environment Programme, 1998) in un suo rapporto sugli effetti ambientali della diminuzione dello strato di Ozono atmosferico, collega ufficialmente il fenomeno mondiale del declino degli Anfibi all'accresciuta esposizione delle loro larve alle radiazioni UV-B (Ovaska et al., 1997). Gli UV-B sono stati chiamati in causa negli USA in molti casi di malformazioni in esemplari post-metamorfici di Anuri (MPCA, 1999). Nell'esperienza italiana si ricordano diverse segnalazioni di Urodeli e Anuri con anomalie di livrea (alterazione della pigmentazione su base genetica), (Ferri, 1988b), mentre per quanto riguarda le alterazioni anatomiche sono citati casi di polidattilia. Un esemplare femmina di Rana dalmatina con una vistosa deformità all'arto anteriore destro (risultano formati solo falangi, carpo, metacarpo e l'avambraccio) per cause non determinate è stato rinvenuto nel 1995 dall'A. in un piccolo torrente appenninico presso l'abitato di Moglie (Pontenizza, Pavia), in una situazione indenne da alterazioni ambientali.

Interessanti i risultati dei monitoraggi a lungo termine su popolazioni di Triturus cristatus e di Bufo bufo in Inghilterra per quanto riguarda le conseguenze del cambiamento globale del clima (Climate Change) sull'inizio e durata del periodo riproduttivo (Beebee, 1997b; Halliday, 1999; Reading, 1998).

A partire dal primo riconoscimento del G.A.D. gli studi parassitologici e i monitoraggi della salute delle popolazioni di Anfibi hanno ricevuto una particolare attenzione. Come è evidenziato in Razzetti & Bonini (in press) questa "attenzione" ha poi significato l'evolversi di una nuova etica della ricerca scientifica per evitare che proprio gli specialisti si trasformassero in diffusori di nefaste epidemie. Negli ultimi anni diversi casi di epidemie virali sono stati riscontrati in popolazioni di Anuri europei; ricordiamo le segnalazioni di Pox-virus per Rana temporaria in Gran Bretagna (Cunningham et al., 1993, 1996) e di Herpesvirus in Rana dalmatina in Canton Ticino (Bollettino K.A.R.C.H. 1995; K.Grossenbacher in litteris, 1994) e nel Comune di Brescia (Bennati et al., 1996).

Più di recente è stato accertato come molte delle diminuzioni di popolazioni di Anfibi nel Centro America e in Australia sono dovute all'imperversare di epidemie fungine epidermiche, Chytridiomicosi e mucormicosi (Nichols et al., 1998; Pessier et al., 1999; Berger et al., 1996; Speare et al., 1994, 1996; Speare, 1999) e di altre virosi, come Iridovirus e Bohle Virus (Speare & Smith, 1992; Speare et al., 1991).

Diversi microorganismi (come alcune specie di funghi del gruppo delle Saprolegniacee) colpiscono anche le uova inficiando spesso il loro sviluppo e provocando una notevole riduzione delle schiuse.

Le normative internazionali e le leggi a valenza nazionale e regionale (S.H.I., 1998) poco riescono fare per quanto riguarda la limitazione dei traffici commerciali con oggetto animali selvatici. Questo stato di cose è tangibile nel mondo occidentale, ma le possibilità d'azione sono ancora inferiori nei paesi "poveri" dove la situazione socio-economica è spesso drammatica.

I pochi dati diffusi dagli organismi ufficiali (CITES, TRAFFIC, Ministeri del Commercio con l'Estero, Uffici Veterinari) non forniscono una giusta valutazione del movimento economico e del numero di animali interessato. Ciò è ancora più vero quando brillanti iniziative come quelle dell'Ufficio CITES di Bari (Stano et al., in press) dimostrano come ogni anno, senza alcun ostacolo giuridico-sanitario, transitano solo nel nostro Paese milioni di esemplari di rane vive, destinate presumibilmente al consumo alimentare.

Gli Anfibi sono oggetto in effetti soprattutto di cattura a fini alimentari e le specie interessate (p.e. in Albania, Turchia, Cina, Estremo Oriente, Centro Africa, Isole Caraibiche, Centro America) rischiano il tracollo degli effettivi perdurando l'attuale livello di prelievo. Peraltro le specie regolamentate dalla normativa CITES sono solo una minima parte di quelle minacciate (per la cronaca Ambystoma dumerilii, A.mexicanum, Rana exadactyla e R.tigerina).

La cattura per fini terraristici, al secondo posto nell'intensità di questo fattore di minaccia, ha invece rarefatto le specie più vistose, con livrea o biologia più interessante. In CITES sono state per questo regolamentati i commerci dei generi Andrias, Dendrobates, Epipedobates, Myniobates, Phyllobates, Nectophrynoides, Rheobatrachus. Per assurdo anche il destino delle specie minacciate da altre cause di declino potrebbe essere segnato dalla cattura a fini terraristici: specie ormai quasi estinte come Atelopus varius zeteki, Bufo periglenes, B.retiformis e B.superciliaris, sono ora estremamente ricercate tra i "collezionisti". E' possibile che la diffusione di epidemie virali o fungine tra le popolazioni di alcune specie centroamericane sia dovuta proprio ai traffici internazionali e agli spostamenti di animali senza alcuna forma di prevenzione sanitaria tra località di cattura e distributori finali.

Il traffico internazionale di animali selvatici è anche alla base dei tanti casi di introduzione di fauna alloctona, ma questa cosa non viene mai considerata tra le strategie di intervento per la gestione di eventuali problemi ambientali prodotti da questi animali. E' quasi sempre più facile progettare interventi di "eradicazione" piuttosto che imporre norme severe per limitare le importazioni ed eliminare gli abbandoni.

Sono numerosi i predatori potenziali degli Anfibi, ma quelli che incidono maggiormente sui loro effettivi sono quelli presenti negli ambienti acquatici e che riducono o annullano le loro possibilità riproduttive. Al primo posto l'Ittiofauna, senza distinzioni (studi provano l'azione negativa sulle uova di Triturus o di altri Urodeli anche di piccoli pesci come Gambusia sp. e Alburnus sp.), che può ridurre la ricchezza batracologica in ampi territori (Mazzotti, 1993; Picariello, 1993). In Italia le introduzioni incontrollate effettuate dalle moltitudini di associazioni e gruppi di pescatori hanno portato alla scomparsa di tantissime popolazioni di Urodeli. In Lombardia l'immissione di Salmo trutta in ogni invaso alpino ha quasi estinto Triturus alpestris alpestris, mentre la presenza nei grandi bacini lacustri e lungo i corsi d'acqua di altre specie di maggiore taglia e capacità predatoria (come il Siluro europeo) potrebbe eliminare le poche popolazioni di Bufo bufo e Rana kl. "esculenta" che ancora vi si riproducono.

Nonostante sia stata più volte considerata una presenza infausta per gli altri Anfibi (Stumpel, 1992; Picariello, 1983; Andreone & Sindaco, 1998) la Rana catesbeiana in Italia è oggi localizzata in ambienti limitati e sembra prossima (almeno in Lombardia e Veneto, ricerche dell'A.) all'estinzione. Casi di reintroduzione di potenziali o elettivi predatori di Anfibi stanno avvenendo in diversi Paesi, come è il caso della Lontra, oggetto anche in Italia di progetti riguardanti ambiti fluviali.

Anche l'introduzione di piante acquatiche alloctone ha significativi effetti negativi almeno sulla riproduzione di Anfibi. In Gran Bretagna la deliberata introduzione in centinaia di piccoli stagni e pozze per fini estetici di Crassula helmsii (una pianta acquatica originaria dell'Australia, spesso importata con il sinonimo di Tillea recurvata) sta riducendo i siti riproduttivi di Triturus cristatus (Watson, 1999).

Mentre in altri paesi sono già stati stabiliti e attivati piani nazionali o regionali di conservazione degli Anfibi, con programmi di monitoraggio per conoscere i "trends" delle popolazioni sia delle specie minacciate che di quelle comuni, (Arntzen & Teunis, 1993; Andren & Nilson, 1997; Beebee, 1997, Boothby, 1999), in Italia sono ancora eccezionali i monitoraggi, le stime della numerosità, gli studi sulla struttura e dinamica di popolazione a lungo termine dei nostri Anfibi (Ferri, 1988a; Ferri, 1998; Giacoma, in press; Salvidio & Andreone, in press).

Dai dati museali e dalle notizie riportate in letteratura diverse specie di Anfibi hanno subito in Nord Italia un forte declino con scomparsa delle principali popolazioni conosciute e in particolare Bombina variegata, Pelobates fuscus insubricus e Pelodytes punctatus (Di Cerbo & Ferri, 1996; Bruno S., 1970a, 1970b, 1973; Andreone et al., 1993; Doria & Salvidio, 1994). Nell'esperienza diretta dell'A. risultano diversi casi di fluttuazione numerica consistente in popolazioni padane di Bufo bufo, Bufo viridis, Rana dalmatina, Rana latastei e Rana kl. "esculenta". Per i due Bufo sono in preparazione lavori di sintesi delle stime numeriche effettuate sulle popolazioni oggetto di azioni di salvataggio nell'ambito del "Progetto ROSPI Lombardia" (Ferri, 1993, 1998a, 1998b). Per Rana latastei è stato attivato un programma pluriennale di monitoraggio nelle Riserve Naturali di "Le Bine" e di "Monticchie" (Ferri et al., 1993; Ferri, 1999, in prep.). Per quanto riguarda Rana dalmatina e Rana esculenta sono interessanti i risultati delle ricerche nella bassa pianura veneta Montagnanese (in provincia di Padova), dove l'A. ha effettuato durante un lungo periodo di tempo (1977-1997) stime della numerosità delle rispettive popolazioni con metodi indiretti (Ferri, 1988a; Ferri, 1999, in press) che hanno fornito dati annuali sul numero minimo di individui presenti nell'area.

 

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Vincenzo Ferri : ..... mail to: vincenf@tin.it